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“…La vera educazione deve essere un’educazione alla critica.
Fino a dieci anni (adesso forse anche prima), il bambino può ripetere ancora: «L’ha detto la signora maestra, l’ha detto la mamma». Perché? Perché, per natura, chi ama il bambino mette nel suo sacco, sulle spalle, quello che di meglio ha vissuto nella vita, quello che di meglio ha scelto nella vita. Ma, a un certo punto, la natura dà al bambino, a chi era bambino, l’istinto di prendere il sacco e di metterselo davanti agli occhi (in greco si dice pro-béllo, da cui deriva l’italiano «problema»). Deve dunque diventare problema quello che ci hanno detto! Se non diventa problema, non diventerà mai maturo e lo si abbandonerà irrazionalmente o lo si terrà irrazionalmente.
Portato il sacco davanti agli occhi, ci si rovista dentro. Sempre in greco, questo «rovistarci dentro» si dice krinein, krfsis, da cui deriva «critica». La critica, perciò, consiste nel rendersi ragione delle cose, non ha un senso necessariamente negativo.
Dunque, il giovane rovista dentro il sacco e con questa critica paragona quel che vede dentro, cioè quel che gli ha messo sulle spalle la tradizione, con i desideri del suo cuore: il criterio ultimo del giudizio, infatti, è in noi, altrimenti siamo alienati. E il criterio ultimo, che è in ciascuno di noi, è identico: è esigenza di vero, di bello, di buono. Al di qua o attraverso tutte le differenze possibili e immaginabili con cui la fantasia può giocare su queste esigenze, queste fondamentalmente rimangono identiche nelle mosse, anche se diverse per i connotati vari delle circostanze dell’esperienza.

La nostra insistenza è sull’educazione critica: il ragazzo riceve dal passato attraverso un vissuto presente in cui si imbatte, che gli propone quel passato e gliene dà le ragioni; ma egli deve prendere questo passato e queste ragioni, mettersele davanti agli occhi, paragonarle con il proprio cuore e dire:  «È vero», «Non è vero», «Dubito». E così, con l’aiuto di una compagnia (senza questa compagnia l’uomo è troppo alla mercé delle tempeste del suo cuore, nel senso non buono e istintivo del termine), può dire: «Sì» oppure «No». Così facendo, prende la sua fisionomia di uomo.

Luigi Giussani - Rischio educativo, 1977

Come si può trasformare la nostra vita scolastica in vita vissuta?
1) Valorizzare il positivo e non eliminare il negativo in ciò che si studia.
2) Simpatia verso gli autori che si studiano, cercando di capirli.
3) Cercare prima l’essenziale, poi il particolare.”

Luigi Giussani - 1961

Che cosa significa studiare?
Quando un ragazzo pensa alla sua ragazza, oppure quando dagli spalti della scuola allunga il collo per vedere la sua ragazza che è entrata in scuola e così è un po’ distratto dal professore perché ogni tanto la guarda, questo si potrebbe indicare in latino con la parola “studere”, un termine potente che nella traduzione italiana è boicottato dalla superficialità con cui viviamo lo “studiare”. Studere è l’essere attirato dall’essere, come il giovane dalla giovane. Allora chi realmente cerca il vero, da tutto si fa aiutare per il vero. Noi studiamo per questo.”

Luigi Giussani - 1978

“Il metterti a studiare non è una rinuncia al desiderio di contentezza, ma è una sospensiva, una specie di allontanamento al desiderio di contentezza che hai, un distacco, che ti assicura una contentezza più grande: perché quando hai studiato il giorno dopo sei più contento.” (…) “Studiare a memoria vuol dire immedesimarsi, rendere parte di sé, parte del proprio sangue, un’esperienza grande e grandemente umana ed espressa con una bellezza a noi ignota; vuoi dire parteciparvi.”  

Luigi Giussani – 1978