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Eminenze, Magnificenze, Eccellenze,
Illustri Signori, gentili Signore!
È per me un momento emozionante
trovarmi ancora una volta nell'università e una volta ancora poter tenere una
lezione. I miei pensieri, contemporaneamente, ritornano a quegli anni in cui,
dopo un bel periodo presso l'Istituto superiore di Freising, iniziai la mia
attività di insegnante accademico all'università di Bonn.
Era – nel 1959 –
ancora il tempo della vecchia università dei professori ordinari. Per le
singole cattedre non esistevano né assistenti né dattilografi, ma in compenso
c'era un contatto molto diretto con gli studenti e soprattutto anche tra i
professori. Ci si incontrava prima e dopo la lezione nelle stanze dei
docenti. I contatti con gli storici, i filosofi, i filologi e naturalmente
anche tra le due facoltà teologiche erano molto stretti. Una volta in ogni
semestre c'era un cosiddetto dies academicus, in cui professori di tutte le
facoltà si presentavano davanti agli studenti dell'intera università,
rendendo così possibile un’esperienza di universitas – una cosa a cui anche
Lei, Magnifico Rettore, ha accennato poco fa – l’esperienza, cioè del fatto
che noi, nonostante tutte le specializzazioni, che a volte ci rendono
incapaci di comunicare tra di noi, formiamo un tutto e lavoriamo nel tutto
dell'unica ragione con le sue varie dimensioni, stando così insieme anche
nella comune responsabilità per il retto uso della ragione – questo fatto
diventava esperienza viva. L'università, senza dubbio, era fiera anche delle
sue due facoltà teologiche. Era chiaro che anch'esse, interrogandosi sulla
ragionevolezza della fede, svolgono un lavoro che necessariamente fa parte
del "tutto" dell'universitas scientiarum, anche se non tutti
potevano condividere la fede, per la cui correlazione con la ragione comune
si impegnano i teologi. Questa coesione interiore nel cosmo della ragione non
venne disturbata neanche quando una volta trapelò la notizia che uno dei
colleghi aveva detto che nella nostra università c'era una stranezza: due
facoltà che si occupavano di una cosa che non esisteva – di Dio. Che anche di
fronte ad uno scetticismo così radicale resti necessario e ragionevole
interrogarsi su Dio per mezzo della ragione e ciò debba essere fatto nel
contesto della tradizione della fede cristiana: questo, nell'insieme
dell'università, era una convinzione indiscussa.
Tutto ciò mi tornò in mente, quando
recentemente lessi la parte edita dal professore Theodore Khoury (Münster)
del dialogo che il dotto imperatore bizantino Manuele II Paleologo, forse
durante i quartieri d'inverno del 1391 presso Ankara, ebbe con un persiano
colto su cristianesimo e islam e sulla verità di ambedue.
Fu poi
presumibilmente l'imperatore stesso ad annotare, durante l'assedio di
Costantinopoli tra il 1394 e il 1402, questo dialogo; si spiega così perché i
suoi ragionamenti siano riportati in modo molto più dettagliato che non quelli
del suo interlocutore persiano. Il dialogo si estende su tutto l'ambito delle
strutture della fede contenute nella Bibbia e nel Corano e si sofferma
soprattutto sull'immagine di Dio e dell'uomo, ma necessariamente anche sempre
di nuovo sulla relazione tra le – come si diceva – tre "Leggi" o
tre "ordini di vita": Antico Testamento – Nuovo Testamento –
Corano. Di ciò non intendo parlare ora in questa lezione; vorrei
toccare solo un argomento – piuttosto marginale nella struttura dell’intero
dialogo – che, nel contesto del tema "fede e ragione", mi ha
affascinato e che mi servirà come punto di partenza per le mie riflessioni su
questo tema.
Nel settimo colloquio
(διλεξις – controversia) edito dal
prof. Khoury, l'imperatore tocca il tema della jihad, della guerra santa.
Sicuramente l'imperatore sapeva che nella sura 2, 256 si legge: "Nessuna
costrizione nelle cose di fede". È una delle sure del periodo iniziale,
dicono gli esperti, in cui Maometto stesso era ancora senza potere e
minacciato. Ma, naturalmente, l'imperatore conosceva anche le disposizioni,
sviluppate successivamente e fissate nel Corano, circa la guerra santa. Senza
soffermarsi sui particolari, come la differenza di trattamento tra coloro che
possiedono il "Libro" e gli "increduli", egli, in modo sorprendentemente
brusco che ci stupisce, si rivolge al suo interlocutore semplicemente con la
domanda centrale sul rapporto tra religione e violenza in genere, dicendo:
"Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai
soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere
per mezzo della spada la fede che egli predicava". L'imperatore, dopo
essersi pronunciato in modo così pesante, spiega poi minuziosamente le
ragioni per cui la diffusione della fede mediante la violenza è cosa
irragionevole. La violenza è in contrasto con la natura di Dio e la natura
dell'anima. "Dio non si compiace del sangue - egli dice -, non agire
secondo ragione, „συ`ν λ?γω”, è contrario alla
natura di Dio. La fede è frutto dell'anima, non del corpo. Chi quindi vuole
condurre qualcuno alla fede ha bisogno della capacità di parlare bene e di
ragionare correttamente, non invece della violenza e della minaccia… Per
convincere un'anima ragionevole non è necessario disporre né del proprio
braccio, né di strumenti per colpire né di qualunque altro mezzo con cui si
possa minacciare una persona di morte…".
L'affermazione decisiva in questa
argomentazione contro la conversione mediante la violenza è: non agire
secondo ragione è contrario alla natura di Dio.
L'editore, Theodore Khoury,
commenta: per l'imperatore, come bizantino cresciuto nella filosofia greca,
quest'affermazione è evidente. Per la dottrina musulmana, invece, Dio è
assolutamente trascendente. La sua volontà non è legata a nessuna delle
nostre categorie, fosse anche quella della ragionevolezza. In questo contesto
Khoury cita un'opera del noto islamista francese R. Arnaldez, il quale rileva
che Ibn Hazn si spinge fino a dichiarare che Dio non sarebbe legato neanche
dalla sua stessa parola e che niente lo obbligherebbe a rivelare a noi
la verità. Se
fosse sua
volontà, l'uomo dovrebbe praticare anche l'idolatria.
A questo puntosi apre, nella
comprensione di Dio e quindi nella realizzazione concreta della religione, un
dilemma che oggi ci sfida in modo molto diretto. La convinzione che agire
contro la ragione sia in contraddizione con la natura di Dio, è soltanto un
pensiero greco o vale sempre e per se stesso? Io penso che in questo punto si
manifesti la profonda concordanza tra ciò che è greco nel senso migliore e
ciò che è fede in Dio sul fondamento della Bibbia. Modificando il primo
versetto del Libro della Genesi, il primo versetto dell’intera Sacra
Scrittura, Giovanni ha iniziato il prologo del suo Vangelo con le parole:
"In principio era il λ?γος". È questa proprio
la stessa parola che usa l'imperatore: Dio agisce „συ`ν
λ?γω”, con logos. Logos significa insieme ragione e parola –
una ragione che è creatrice e capace di comunicarsi ma, appunto, come
ragione. Giovanni con ciò ci ha donato la parola conclusiva sul concetto
biblico di Dio, la parola in cui tutte le vie spesso faticose e tortuose
della fede biblica raggiungono la loro meta, trovano la loro sintesi. In
principio era il logos, e il logos è Dio, ci dice l'evangelista.
L'incontro
tra il messaggio biblico e il pensiero greco non era un semplice caso. La
visione di san Paolo, davanti al quale si erano chiuse le vie dell'Asia e
che, in sogno, vide un Macedone e sentì la sua supplica: "Passa in
Macedonia e aiutaci!" (cfr At 16,6-10) – questa visione può essere
interpretata come una "condensazione" della necessità intrinseca di
un avvicinamento tra la fede biblica e l'interrogarsi greco.
In realtà, questo avvicinamento ormai
era avviato da molto tempo. Già il nome misterioso di Dio dal roveto ardente,
che distacca questo Dio dall'insieme delle divinità con molteplici nomi
affermando soltanto il suo "Io sono", il suo essere, è, nei
confronti del mito, una contestazione con la quale sta in intima analogia il
tentativo di Socrate di vincere e superare il mito stesso. Il processo
iniziato presso il roveto raggiunge, all'interno dell'Antico Testamento, una
nuova maturità durante l'esilio, dove il Dio d'Israele, ora privo della Terra
e del culto, si annuncia come il Dio del cielo e della terra, presentandosi
con una semplice formula che prolunga la parola del roveto: "Io
sono". Con questa nuova conoscenza di Dio va di pari passo una specie di
illuminismo, che si esprime in modo drastico nella derisione delle divinità
che sarebbero soltanto opera delle mani dell'uomo (cfr Sal 115). Così,
nonostante tutta la durezza del disaccordo con i sovrani ellenistici, che
volevano ottenere con la forza l'adeguamento allo stile di vita greco e al
loro culto idolatrico, la fede biblica, durante l'epoca ellenistica, andava
interiormente incontro alla parte migliore del pensiero greco, fino ad un
contatto vicendevole che si è poi realizzato specialmente nella tarda
letteratura sapienziale.
Oggi noi sappiamo che la traduzione greca
dell'Antico Testamento, realizzata in Alessandria –
la "Settanta
"
–, è più di una semplice (da valutare forse in modo addirittura poco
positivo) traduzione del testo ebraico: è infatti una testimonianza testuale
a se stante e uno specifico importante passo della storia della Rivelazione,
nel quale si è realizzato questo incontro in un modo che per la nascita del
cristianesimo e la sua divulgazione ha avuto un significato decisivo. Nel
profondo, vi si tratta dell'incontro tra fede e ragione, tra autentico
illuminismo e religione. Partendo veramente dall'intima natura della fede
cristiana e, al contempo, dalla natura del pensiero greco fuso ormai con la
fede, Manuele II poteva dire: Non agire "con il logos" è contrario
alla natura di Dio.
Per onestà bisogna annotare a questo
punto che, nel tardo Medioevo, si sono sviluppate nella teologia tendenze che
rompono questa sintesi tra spirito greco e spirito cristiano. In contrasto
con il cosiddetto intellettualismo agostiniano e tomista iniziò con Duns
Scoto una impostazione volontaristica, la quale alla fine, nei suoi
successivi sviluppi, portò all'affermazione che noi di Dio conosceremmo
soltanto la voluntas ordinata. Al di là di essa esisterebbe la libertà di
Dio, in virtù della quale Egli avrebbe potuto creare e fare anche il
contrario di tutto ciò che effettivamente ha fatto. Qui si profilano delle
posizioni che, senz'altro, possono avvicinarsi a quelle di Ibn Hazn e
potrebbero portare fino all'immagine di un Dio-Arbitrio, che non è legato
neanche alla verità e al bene. La trascendenza e la diversità di Dio vengono
accentuate in modo così esagerato, che anche la nostra ragione, il nostro
senso del vero e del bene non sono più un vero specchio di Dio, le cui
possibilità abissali rimangono per noi eternamente irraggiungibili e nascoste
dietro le sue decisioni effettive. In contrasto con ciò, la fede della Chiesa
si è sempre attenuta alla convinzione che tra Dio e noi, tra il suo eterno
Spirito creatore e la nostra ragione creata esista una vera analogia, in cui
– come dice il Concilio Lateranense IV nel 1215 –certo le dissomiglianze sono
infinitamente più grandi delle somiglianze, non tuttavia fino al punto da
abolire l'analogia e il suo linguaggio. Dio non diventa più divino per il
fatto che lo spingiamo lontano da noi in un volontarismo puro ed
impenetrabile, ma il Dio veramente divino è quel Dio che si è mostrato come
logos e come logos ha agito e agisce pieno di amore in nostro favore.
Certo,
l'amore, come dice Paolo, "sorpassa" la conoscenza ed è per questo
capace di percepire più del semplice pensiero (cfr Ef 3,19), tuttavia esso
rimane l'amore del Dio-Logos, per cui il culto cristiano è, come dice ancora
Paolo „λογικη?
λατρε?α“ – un culto che concorda con il Verbo
eterno e con la nostra ragione (cfr Rm 12,1).
Il qui accennato vicendevole
avvicinamento interiore, che si è avuto tra la fede biblica e l'interrogarsi
sul piano filosofico del pensiero greco, è un dato di importanza decisiva non
solo dal punto di vista della storia delle religioni, ma anche da quello
della storia universale – un dato che ci obbliga anche oggi. Considerato
questo incontro, non è sorprendente che il cristianesimo, nonostante la sua
origine e qualche suo sviluppo importante nell'Oriente, abbia infine trovato
la sua impronta storicamente decisiva in Europa. Possiamo esprimerlo anche inversamente:
questo incontro, al quale si aggiunge successivamente ancora il patrimonio di
Roma, ha creato l'Europa e rimane il fondamento di ciò che, con ragione, si
può chiamare Europa.
Alla tesi che il patrimonio greco,
criticamente purificato, sia una parte integrante della fede cristiana,
si oppone la richiesta della deellenizzazione del cristianesimo – una
richiesta che dall'inizio dell'età moderna domina in modo crescente la
ricerca teologica. Visto più da vicino, si possono osservare tre onde nel programma
della deellenizzazione: pur collegate tra di loro, esse tuttavia nelle loro
motivazioni e nei loro obiettivi sono chiaramente distinte l'una dall'altra.
La deellenizzazione emerge dapprima
in connessione con i postulati della Riforma del XVI secolo. Considerando la
tradizione delle scuole teologiche, i riformatori si vedevano di fronte ad
una sistematizzazione della fede condizionata totalmente dalla filosofia, di
fronte cioè ad una determinazione della fede dall'esterno in forza di un modo
di pensare che non derivava da essa. Così la fede non appariva più come
vivente parola storica, ma come elemento inserito nella struttura di un
sistema filosofico. Il sola Scriptura invece cerca la pura forma primordiale
della fede, come essa è presente originariamente nella Parola biblica. La
metafisica appare come un presupposto derivante da altra fonte, da cui
occorre liberare la fede per farla tornare ad essere totalmente se stessa.
Con la sua affermazione di aver dovuto accantonare il pensare per far spazio alla
fede, Kant ha agito in base a questo programma con una radicalità
imprevedibile per i riformatori. Con ciò egli ha ancorato la fede
esclusivamente alla ragione pratica, negandole l'accesso al tutto della
realtà.
La teologia liberale del XIX e del XX
secolo apportò una seconda onda nel programma della deellenizzazione: di essa
rappresentante eminente è Adolf von Harnack.
Durante il tempo dei miei studi,
come nei primi anni della mia attività accademica, questo programma era
fortemente operante anche nella teologia cattolica. Come punto di partenza
era utilizzata la distinzione di Pascal tra il Dio dei filosofi ed il Dio di
Abramo, Isacco e Giacobbe. Nella mia prolusione a Bonn, nel 1959, ho cercato
di affrontare questo argomento e non intendo riprendere qui tutto il
discorso. Vorrei però tentare di mettere in luce almeno brevemente la novità
che caratterizzava questa seconda onda di deellenizzazione rispetto alla
prima. Come pensiero centrale appare, in Harnack, il ritorno al semplice uomo
Gesù e al suo messaggio semplice, che verrebbe prima di tutte le
teologizzazioni e, appunto, anche prima delle ellenizzazioni: sarebbe questo
messaggio semplice che costituirebbe il vero culmine dello sviluppo religioso
dell'umanità. Gesù avrebbe dato un addio al culto in favore della morale. In
definitiva, Egli viene rappresentato come padre di un messaggio morale
umanitario. Lo scopo di Harnack è in fondo di riportare il cristianesimo in
armonia con la ragione moderna, liberandolo, appunto, da elementi
apparentemente filosofici e teologici, come per esempio la fede nella
divinità di Cristo e nella trinità di Dio. In questo senso, l'esegesi
storico-critica del Nuovo Testamento, nella sua visione, sistema nuovamente
la teologia nel cosmo dell'università: teologia, per Harnack, è qualcosa di
essenzialmente storico e quindi di strettamente scientifico. Ciò che essa
indaga su Gesù mediante la critica è, per così dire, espressione della
ragione pratica e di conseguenza anche sostenibile nell'insieme
dell'università. Nel sottofondo c'è l'autolimitazione moderna della ragione,
espressa in modo classico nelle "critiche" di Kant, nel frattempo
però ulteriormente radicalizzata dal pensiero delle scienze naturali. Questo
concetto moderno della ragione si basa, per dirla in breve, su una sintesi
tra platonismo (cartesianismo) ed empirismo, che il successo tecnico ha
confermato. Da una parte si presuppone la struttura matematica della materia,
la sua per così dire razionalità intrinseca, che rende possibile comprenderla
ed usarla nella sua efficacia operativa: questo presupposto di fondo è, per
così dire, l'elemento platonico nel concetto moderno della natura. Dall'altra
parte, si tratta della utilizzabilità funzionale della natura per i nostri
scopi, dove solo la possibilità di controllare verità o falsità mediante
l'esperimento fornisce la certezza decisiva. Il peso tra i due poli può, a
seconda delle circostanze, stare più dall'una o più dall'altra parte. Un
pensatore così strettamente positivista come J. Monod si è dichiarato
convinto platonico.
Questo comporta due orientamenti
fondamentali decisivi per la nostra questione. Soltanto il tipo di certezza
derivante dalla sinergia di matematica ed empiria ci permette di parlare di
scientificità. Ciò che pretende di essere scienza deve confrontarsi con
questo criterio. E così anche le scienze che riguardano le cose umane, come
la storia, la psicologia, la sociologia e la filosofia, cercavano di
avvicinarsi a questo canone della scientificità. Importante per le nostre
riflessioni, comunque, è ancora il fatto che il metodo come tale esclude il
problema Dio, facendolo apparire come problema ascientifico o
pre-scientifico. Con questo, però, ci troviamo davanti ad una riduzione del
raggio di scienza e ragione che è doveroso mettere in questione.
Tornerò ancora su questo argomento.
Per il momento basta tener presente che, in un tentativo alla luce di questa
prospettiva di conservare alla teologia il carattere di disciplina
"scientifica", del cristianesimo resterebbe solo un misero
frammento. Ma dobbiamo dire di più: se la scienza nel suo insieme è soltanto
questo, allora è l'uomo stesso che con ciò subisce una riduzione. Poiché
allora gli interrogativi propriamente umani, cioè quelli del "da
dove" e del "verso dove", gli interrogativi della religione e dell'ethos,
non possono trovare posto nello spazio della comune ragione descritta dalla
"scienza" intesa in questo modo e devono essere spostati
nell'ambito del soggettivo. Il soggetto decide, in base alle sue esperienze,
che cosa gli appare religiosamente sostenibile, e la "coscienza"
soggettiva diventa in definitiva l'unica istanza etica. In questo modo, però,
l'ethos e la religione perdono la loro forza di creare una comunità e scadono
nell'ambito della discrezionalità personale. È questa una condizione pericolosa
per l'umanità: lo costatiamo nelle patologie minacciose della religione e
della ragione – patologie che necessariamente devono scoppiare, quando la
ragione viene ridotta a tal punto che le questioni della religione e
dell'ethos non la riguardano più. Ciò che rimane dei tentativi di costruire
un'etica partendo dalle regole dell'evoluzione o dalla psicologia e dalla
sociologia, è semplicemente insufficiente.
Prima di giungere alle conclusioni
alle quali mira tutto questo ragionamento, devo accennare ancora brevemente
alla terza onda della deellenizzazione che si diffonde attualmente. In
considerazione dell’incontro con la molteplicità delle culture si ama dire
oggi che la sintesi con l’ellenismo, compiutasi nella Chiesa antica, sarebbe
stata una prima inculturazione, che non dovrebbe vincolare le altre culture.
Queste dovrebbero avere il diritto di tornare indietro fino al punto che
precedeva quella inculturazione per scoprire il semplice messaggio del Nuovo
Testamento ed inculturarlo poi di nuovo nei loro rispettivi ambienti. Questa
tesi non è semplicemente sbagliata; è tuttavia grossolana ed imprecisa. Il
Nuovo Testamento, infatti, e stato scritto in lingua greca e porta in se
stesso il contatto con lo spirito greco – un contatto che era maturato nello
sviluppo precedente dell’Antico Testamento.
Certamente ci sono elementi nel
processo formativo della Chiesa antica che non devono essere integrati in
tutte le culture. Ma le decisioni di fondo che, appunto, riguardano il
rapporto della fede con la ricerca della ragione umana, queste decisioni di
fondo fanno parte della fede stessa e ne sono gli sviluppi, conformi alla sua
natura.
Con ciò giungo alla conclusione.
Questo tentativo, fatto solo a grandi linee, di critica della ragione moderna
dal suo interno, non include assolutamente l’opinione che ora si debba
ritornare indietro, a prima dell’illuminismo, rigettando le convinzioni
dell’età moderna. Quello che nello sviluppo moderno dello spirito è valido
viene riconosciuto senza riserve: tutti siamo grati per le grandiose
possibilità che esso ha aperto all’uomo e per i progressi nel campo umano che
ci sono stati donati. L’ethos della scientificità, del resto, è – Lei l’ha
accennato, Magnifico Rettore – volontà di obbedienza alla verità e quindi
espressione di un atteggiamento che fa parte delle decisioni essenziali dello
spirito cristiano. Non ritiro, non critica negativa è dunque l’intenzione; si
tratta invece di un allargamento del nostro concetto di ragione e dell’uso di
essa. Perché con tutta la gioia di fronte alle possibilità dell'uomo, vediamo
anche le minacce che emergono da queste possibilità e dobbiamo chiederci come
possiamo dominarle. Ci riusciamo solo se ragione e fede si ritrovano unite in
un modo nuovo; se superiamo la limitazione autodecretata della ragione a ciò
che è verificabile nell'esperimento, e dischiudiamo ad essa nuovamente tutta
la sua ampiezza. In questo senso la teologia, non soltanto come disciplina
storica e umano-scientifica, ma come teologia vera e propria, cioè come
interrogativo sulla ragione della fede, deve avere il suo posto
nell'università e nel vasto dialogo delle scienze.
Solo così diventiamo anche capaci di
un vero dialogo delle culture e delle religioni – un dialogo di cui abbiamo
un così urgente bisogno. Nel mondo occidentale domina largamente l'opinione,
che soltanto la ragione positivista e le forme di filosofia da essa derivanti
siano universali. Ma le culture profondamente religiose del mondo vedono
proprio in questa esclusione del divino dall'universalità della ragione un
attacco alle loro convinzioni più intime. Una ragione, che di fronte al
divino è sorda e respinge la religione nell'ambito delle sottoculture, è
incapace di inserirsi nel dialogo delle culture. E tuttavia, la moderna
ragione propria delle scienze naturali, con l'intrinseco suo elemento
platonico, porta in sé, come ho cercato di dimostrare, un interrogativo che
la trascende insieme con le sue possibilità metodiche. Essa stessa deve
semplicemente accettare la struttura razionale della materia e la corrispondenza
tra il nostro spirito e le strutture razionali operanti nella natura come un
dato di fatto, sul quale si basa il suo percorso metodico. Ma la domanda sul
perché di questo dato di fatto esiste e deve essere affidata dalle scienze
naturali ad altri livelli e modi del pensare – alla filosofia e alla
teologia.
Per la filosofia e, in modo diverso, per la teologia, l'ascoltare
le grandi esperienze e convinzioni delle tradizioni religiose dell'umanità,
specialmente quella della fede cristiana, costituisce una fonte di
conoscenza; rifiutarsi ad essa significherebbe una riduzione inaccettabile
del nostro ascoltare e rispondere. Qui mi viene in mente una parola di
Socrate a Fedone. Nei colloqui precedenti si erano toccate molte opinioni
filosofiche sbagliate, e allora Socrate dice: "Sarebbe ben comprensibile
se uno, a motivo dell'irritazione per tante cose sbagliate, per il resto
della sua vita prendesse in odio ogni discorso sull'essere e lo denigrasse.
Ma in questo modo perderebbe la verità dell'essere e subirebbe un grande
danno". L'occidente, da molto tempo, è minacciato da questa avversione
contro gli interrogativi fondamentali della sua ragione, e così potrebbe
subire solo un grande danno. Il coraggio di aprirsi all'ampiezza della
ragione, non il rifiuto della sua grandezza – è questo il programma con cui
una teologia impegnata nella riflessione sulla fede biblica, entra nella
disputa del tempo presente. "Non agire secondo ragione, non agire con il
logos, è contrario alla natura di Dio", ha detto Manuele II, partendo
dalla sua immagine cristiana di Dio, all'interlocutore persiano. È a questo
grande logos, a questa vastità della ragione, che invitiamo nel dialogo delle
culture i nostri interlocutori. Ritrovarla noi stessi sempre di nuovo, è il
grande compito dell'università.
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